Il Castello

La torre ed il receptum di Castelnuovo Bormida ebbero origine tra il 1023 e il 1033, forse accanto ad una villa preesistente, quasi certamente per opera dei vescovi di Acqui, ai quali parte del territorio dell’antico fondo era stato donato dall’imperatore Ottone III nel 996:

Diploma Ottonis III. Imperatoris Primo Episc. Aquensis concessum ex transumto sec XIV Archiv. Capitul. Aquens.
CMXCVI – 996
Notum esse igitur volumus omnium sanctae Ecclesiae, nostrorumque praesentium scilicer, & futurorum fidelium…… , vel Regum instituta observantes inconvulsa per nostram regalem auctoritatem jam dicte urbis, & omnium castellorum, atque villarum ad eadem Ecclesiam recte pertinentium, seu omnium hominum super proprietates ipsius ecclesiae habitaatium tam de Cavatorio, quam communi de Tercio, seu de Setebri, atque Cassine integram districtionem intrinsecus, & extrinsecus circumquaque per tria milliaria concedere, donare, confirmare, corroborare dignaremur.

diocesi AquiLa loro fondazione rientrò in un piano di valorizzazione agricola della zona, paludosa e malsana, e di presidio dell’incrocio tra il passo fluviale sulla Bormida, verso Cassine, e la strada lungo la sponda destra del fiume, da Sezzadio per Carpeneto, Rivalta ed Orsara da un lato, per Acqui dall’altro. Il luogo della costruzione fu opportunamente scelto su un breve rialzo a ridosso della Bormida, dal significativo nome di Altino, onde poter assicurare al nucleo fortificato la tutela di un fossato, derivato dalle acque fluviali. Della costruzione primitiva rimangono tuttora la torre quadrata ed una parte della cinta muraria, a strapiombo sul fiume.Il possesso venne confermato all’episcopato acquese, intento all’organizzazione di un proprio vasto patrimonio fondiario in valle Bormida, dall’imperatore Enrico III nel 1052.

MonferratoL’espansione dei Marchesi di Monferrato in quest’area li portò ad insignorirsi di Castelnuovo in epoca imprecisata. Il fatto che nel 1164 un diploma di Federico Barbarossa parli di conferma a loro favore lascerebbe intendere che il trapasso di proprietà era già stato definito in epoca precedente, se sul documento relativo non gravassero sospetti di falso o, per lo meno, d’interpolazione. Su Castelnuovo dovettero godere, per discendenza aleramica, od acquistare anteriormente al 1191, diritti di proprietà o quote di compartecipazione, feudale o allodiale, i marchesi d’Incisa. In quell’anno infatti l’imperatore Enrico VI, privando Alberto d’Incisa ed i suoi fratelli, accusati di fellonia, dei loro beni, a favore del Marchese di Monferrato, include nell’elenco anche ogni loro ragione in Castronovo seu cassina. Castelnuovo venne così a far parte della Sezadia, il complesso feudale comprendente Sezzadio, Retorto, Casenuove, Carpaneto e Montaldo, dipendente dal Marchese di Monferrato e di cui egli investì al 50% pro indiviso il Comune di Alessandria nel 1203.

In pieno secolo XIV Castelnuovo risulta totalmente in possesso del Marchesato monferrino. E’ vero che nel 1311 l’imperatore Enrico VII confermò le decisioni dei suoi predecessori imperiali in favore dell’episcopato acquese, e che verso la metà del secolo il vescovo Guido si adoperò per rimettere in vigore almeno una parte degli antichi privilegi, ottenendo in Castelnuovo la corrisponsione di otto lire e di un diritto di alloggio all’anno, la fornitura di un servo e di una mula quando dovesse recarsi a Roma o alla corte imperiale, prestazioni di lavoro manuale gratuito ogni qual volta intendesse edificare qualche nuovo centro fortificato:

Notitia sententia circa jura Episcopi Aquensis in oppidum Castrinovi Burmia. Ex Chartulario Guidonis II. Episcopi MCCCXLIX – 1349
Anno domini MCCCXLIX, ecc. praesentibus D. Guglielmo Archipresbitero Aquensi ecc. Declaratum, ac sententiatum fuit, quod Commune, & homines Castrinovi burmiae juxta quoddam publicum instumentum praeteritis temporibus factum ecc. tenentur dare annuatim Episcopo, & Ecclesiae Aquensi libras VIII, cujusdam monetae ecc. que tunc conficiebant libras VIII. cum dimidio Januae. Item tenentur de una albergaria annuatim. Item dare unam mulam, & et unum famulum per tres menses, quoties dicto D. Episcopo contigerit ire ad Romanam Curiam, vel ad Dominum Imperatorem. Item quoties contigeret Episcopum construere de novo aliquam terram, teneantur venire ad adjuvandum aedificare dictam terram, sive locum. Item ei facere fidelitatem sicut ceteri homines Episcopatus Acquensis.

Ma questi privilegi, come una nuova conferma dall’imperatore Carlo IV, circa quarant’anni dopo, rimasero più che altro puri atti formali, rivendicazione di diritti ormai inattuali.

Nel quadro delle strutture del Marchesato Monferrino Castelnuovo assurse ad una particolare importanza di fronte alla penetrazione milanese in valle Bormida, soprattutto in seguito all’annessione definitiva di Alessandria al Ducato visconteo verso la metà del Trecento (periodo durante il quale Castelnuovo Bormida venne assegnato agli Adorno di Genova) ed all’occupazione di Cassine per opera di Gian Galeazzo sulla fine del secolo. Circondata dal territorio milanese sia verso Sezzadio, sia verso Cassine al di là del fiume, Castelnuovo assunse infatti la posizione di punta avanzata, a guisa di cuneo, entro il territorio del Ducato di Milano. Donde, nel concetto di frontiera come linea divisoria tra perenni nemici, tipico di quell’epoca, una continua serie di scorrerie dall’una e dall’altra parte, di guasti ai campi, di danni agli uomini ed agli averi. Probabilmente al fine di meglio garantire l’efficienza del feudo, oltre che per ragioni di utilità finanziaria, Giovanni III di Monferrato ne investì nel 1380 Antonio Porro.

ZoppiNel 1438 subentrarono, di nuovo per investitura marchionale, Antonio ed Ottolino Zoppi. Un documento del 1490 ci informa con precisione sia della linea di confine tra il Monferrato ed il Milanese nell’area tra Castelnuovo e Sezzadio, sia della consistenza delle famiglie castelnovesi dell’epoca. La prima corrispondeva all’incirca all’odierno confine comunale: esempio tipico  del conservatorismo delle strutture storiche. Le seconde risultano in numero di 78, ripartite in 28 cognomi, taluni dei quali ricorrenti con maggiore frequenza, e quindi attestanti un insediamento più antico; altri meno ramificati, e quindi relativi a famiglie più recenti o di chiara provenienza estranea. Calcolando un minimo di quattro membri per focolare, si raggiunge, per quell’anno 1490, una popolazione di 312 anime. Risulta pertanto largamente rappresentativo il governo comunale, affidato a due consoli e ad un consiglio di 14 membri. A partire dal secolo XVI il castello conobbe una serie di ampliamenti e di rifacimenti, che lo trasformarono in dimora di tipo signorile. Contemporaneamente, essendosi estinti rispettivamente nel 1481 e nel 1575 i due rami degli Zoppi, nuove famiglie subentrarono in quote di partecipazione. La parte di Antonio Zoppi fu concessa dal Marchese Guglielmo VIII al medico Enrico Sacco, i cui discendenti la vendettero nel 1574 a Beltramo Moscheni; la parte di Ottolino passò a Giovanni Battista Grasso di Strevi. In un estremo frazionamento troviamo sulla fine del secolo XVI i Sacco proprietari per 2/3, i Grasso per 3/4 di 1/3 ed i pozzo per il restante 1/4. In un documento del 1568 (ast, corte, monferrato feudi, m. 24, Castelnuovo di bormida, fasc. 17 77– xviii secolo) , l’Agrimensore Giovanni Maria Pellizaro scrive:

Castello relazione Pellizaro.jpg«il sottoscritto disegno e il castello di Castelnovo di Bormida delli m. ci s. ri Ales[sandr]o, Giulio, Giovanni, Oratio, fr[ate]lli et heredi dil m. co sig. r Beltramo Moscheni, per li tre quarti dil detto castello et feudo, et il m. co sig. r Giambatt[ist]a Grasso del luogho di Strevi per l’altro quarto del detto castello et a richiesta delli sudetti m. ci s. ri de Moscheni ho descritto io Gio[vanni] Maria Pelliz[ar]o agrimensore pub[bli]co la sottoscritta pianta o sia disegno con la sua proporzione in quanto al detto castello, cassine, casse, sedime, turrione, spatio…

Nel 1604 il feudo compare riunito, in seguito ad una serie di acquisti, nei fratelli Orazio, Giulio e Giovanni Moscheni, dai quali lo acquistò nel 1607 luca Grillo, che lo rivendette nel 1623 ad Ottavio Ferrari, Conte di Orsara. Nel 1604 la popolazione risulta salita a 107 nuclei familiari, per un complesso di 492 abitanti. Una grave falcidia essa subì durante l’epidemia di peste del 1630. il paese, che sembra fosse giunto a 831 anime, vide perire in meno di tre mesi 237 persone, di cui poco meno della metà al di sotto dei 30 anni, si che nel 1632 la popolazione era scesa a 500 abitanti. Una nuova sciagura fu nel 1644 un saccheggio per opera di truppe francesi.

Ecco come appariva il paese agli occhi del Saletta nel 1711 – (tratto da  SALETTA G.G., Descrizione di città e terre – mazzo 5, vol 2, p.1)

Castelnuovo di Bormida giace in pianura verso il mezzo giorno alla ripa della Bormida, dal di cui fiume, per distintione d’altre terre chiamate Castelnuovo, nella provincia d’oltre Tanaro prese la denominatione. Il corso dell’acqua vi è tanto vicino che può quasi dirsi trà carne e pelle, mentre di già vi hà corrosa e rovinata una parte delle mura da quella banda. Vi è il recinto col suo ponte levatore in modo che resta ancora capace a resistere alle scorrerie accidentali. Nel medesimo recinto si vede il palazzo dell’habitatione del feudatario commodo, nobile, et qualificato in forma di castello con una bella torre, con l’ingresso, et regresso fuori per il ponte levatore. vi sono cinque picciole contrate nello stesso recinto, le quali hanno la communicatione l’una con l’altra, mà per l’angustia del sito, le case, et habitationi de particolari non eccedono la quantità di dodeci, talmente che, la magior parte di quella terra consiste negl’arali di fuori. Il recinto è circondato dal fosso, et dentro vi si vede la bella chiesa sotto il vocabolo della Santissima Vergine del Rosario. Il poderio poi di Castelnuovo non è gran fatto abbondante di vittovaglie oltre l’uso del popolo di quà dal fiume Bormida; di là dalla detta Bormida verso le fini di Cassine di strada nelle crescenze delle acque è meno fertile di quello era prima, massime de fieni.

A destra, una pianta del castello di Castelnovo di Bormida (ast, corte, monferrato feudi, m. 24, Castelnuovo di bormida, fasc. 17 77– xviii secolo), disegnata a inchiostro seppia su carta mm430x578 nel 1568 dall’Agrimensore Giovanni Maria Pellizaro, riporta la seguente dicitura:

pianta castello.jpgIl turrione di sua altezza1 è largho braza ventiotto per ogni faciata computatogli tutta la muraglia et è alto dal piano dil fosso sino al piano dil spatio di dentro braza quatordeci et da d[ett]o piano di dentro sino al tetto di detto torrione egli è braza nove, si era intutto e alto braza venti tre sino al fondo del fosso. Il cortille di detto castello dove si ritrova il portico resta alto dal spatio qual va atorno al castello et alla centa della terra al piano di detto cortile braza sej et la muraglia che cinge atorno d[etto] cortille, e alta dal piano di d[etto] cortile braza tre si che viene arestar equale altezza di d[ett]o torrone, cioè al tetto, si che al-zandosi il d[etto] turrone di più di quello che si trova al-to al p[rese]nte occuperebbe l’ayra al d[etto] cortille portico e casamento di d[etto] castello e sarebbe di gran dano al d[ett]o castello, per la pocha distancia che si ritrova d[ett]o turrone al cortille del castello et al mio giudicio dicho che d[ett]o turrone non si doveria alciar di più di quello che al p[rese]nte si ritrova, per esser bastante a qualun-que sorta, o di guardie, occorencie»;
indicati sul disegno:
  1. «il turrione di sua a.» Nel 1490 Bonifacio III, manifestando la propria preoccupazione per la debolezza delle difese, concedeva licenza di «edificare torrionum unum in […] flumine Burmide deversus locum Cassinarum, quod torrionum sit et esse debeat prò fortalicio et de fortalicio dicti loci Castrinovi Burmide, attingentem muros et fortalicium dicti loci». Di qui si può uscire all’esterno col ponte levatoio.
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    interno – ponte levatoio
    interno
    piano interrato

  2. «palacio novo»
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    particolare
    facciata
    particolare
  3. «cortille dil castello» Molto suggestiva è la parte del castello verso il torrione, ove si entra dalla piazza per una grande porta. Si vedono, a sinistra, al primo e al secondo piano, i due ballatoi ad arcate (chiusi in muratura durante la dominazione francese e la soppressione degli ordini religiosi, perché vi abitavano 15 suore in comunità religiosa, 6 delle quali sorelle del Marchese; ora riaperti); a destra, il torrione, sui muri del quale si scorgono i segni delle archibugiate che ci fanno pensare ad accaniti episodi guerreschi di offesa e di resistenza.
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    cortile
    cortile
    cortile
  4. «portici aperti»
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    interno
    esterno
  5. «il castel vechio»
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    palazzo vecchio
    particolare finestra
    particolare facciata
  6. «torre» Anticamente merlata, nella seconda metà del 1500 venne coperta per ordine della Marchesa Anna di Monferrato, come risulta da un ordine di lei, trascritto in un convocato del settembre 1553, che dice: “…. e vedereti parimente se la torre presso Bormida è stà coperta et alzato il muro acanto p. puoter star in difesa…”. Infatti, chi sale fin sotto il tetto della torre distingue la forma degli antichi merli.
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    torre
    torre dal patio
    torre dal paese
  7. «casamenti del castello» Entrando dalla porta di mezzo, si respira aria medioevale: un atrio con un’antica cassapanca e un lucernario appeso al soffitto; in fondo a sinistra il bellissimo porticato in stile gotico, dagli archi a sesto acuto e il bel pozzo, il cortiletto, le snelle colonne, il tutto ripristinato con giusta intonazione dall’ultimo Marchese Teodoro Ferrari nel 1907 su disegno dell’Architetto Gerolamo Sigra di Milano.
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     patio – pozzo
     patio
     patio – particolare
  8. «cortille et sedime dil castello» Il giardino, sempre ben tenuto, dal quale si vede l’ansa della Bormida,che lambisce le antiche mura, la folta vegetazione della vallata e, più lontano, le colline coi paeselli di Orsara, Montaldo e Morsasco.
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    patio – cartolina 1938
    cortile
  9. «cassine et stalle dil castello»«case del castello»
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     serra
  10. «i fossati, le strade e piazze e i casamenti di diversi particolari» Circondato da mura e da fossati che lo isolavano interamente, vi si accedeva con ponte levatoio, alla cui manutenzione concorrevano il Feudatario e la Comunità. Esiste ancora uno di questi ponti, ma gran parte delle mura e dei fossati vennero spianati; quando si fanno scavi sulla piazza, se ne trovano le vestigia. 
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     ponte levatoio
    strada che circonda la terra
     casamenti di diversi particolari
  11. «curiosità» Scendendo le scomodissime scale della torre, si ritorna ala primo piano, nel cui pavimento s’apre una botola in pietra. Da questa si dovrebbe scendere nel pianterreno, dove, secondo quanto affermò nei suoi appunti Lazzaro Caranti, si trova un’iscrizione di cui egli stesso ignorava il contenuto. Disgraziatamente questo vano fu riempito di rottami e calcinacci, per cui non si può vedere nulla. Per tradizione si parla poi di trabocchetti, camere di torture, di fatti misteriosi e orrendi; sempre per tradizione, si parla di una galleria sotterranea che metteva in comunicazione coll’esterno, per il caso di fuga segreta.

 

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