Ettore e Fanfulla..

pena di morte.jpg“Sono nato nel 1925. Quando ero ragazzo, trascorrevo le vacanze dai miei zii a Cassine insieme a mia mamma e ai miei due fratelli, Silvio del 1927 e Peppino del 1930. Nel 1944 mi rifiutai di andare a combattere per la Repubblica Sociale Italiana subordinata alla Germania nazista e il 1° ottobre 1944 entrai a far parte della formazione partigiana 79° Brigata Garibaldi Viganò operante nella zona Acqui-Ovada-Asti. Sono diventato partigiano a 19 anni. Nella mia famiglia si parlava molto della situazione politica, era una famiglia antifascista. I Tedeschi incendiarono molte case a Cassine il 13 ottobre, per la presenza di gruppi partigiani, segnalati anche dalle scritte tedesche Achtung, banditi!. Per sfuggire alla cattura e deportazione, alcuni ragazzi si rifugiarono al comando partigiano di Maranzana dove mi trovavo anch’io. Tra loro c’era anche mio fratello Silvio che io cercai di dissuadere, visto che aveva solo 16 anni (quindi non era chiamato alle armi) e non correva rischi a rimanere a casa con nostra madre. Lui era però determinato, anche perché ancora scosso dalla brutale uccisione di Pino e Gualtiero, suoi coetanei. Scegliemmo allora i nostri nomi di battaglia: lui, Ettore e io, Fanfulla. Ettore Fieramosca e Fanfulla di Lodi sono nomi tratti dal romanzo risorgimentale, La disfida di Barletta, di Massimo D’Azeglio. Il nome di battaglia serviva a noi partigiani per nascondere la nostra identità, perché altrimenti i tedeschi e i fascisti avrebbero preso i parenti da usare per minacciarci e farci arrendere. Il 20 ottobre le zone libere di Nizza vennero attaccate dai repubblichini, che uccisero Piero Boidi; ci spostammo allora a Cimaferle per sfuggire ai rastrellamenti. Un giorno di novembre, con due compagni di Rivalta e Castelnuovo, venni a Cassine per trovare la mia famiglia che non vedevo da due mesi; fu un momento di gioia, che mi permise anche di lavarmi, cambiarmi e togliermi un po’ di fame. Pochi giorni dopo tornammo a Maranzana, dove preparammo l’attacco sulla statale a Gavonata. Il 28 novembre io, Silvio, Mario Arditi e altri partigiani (ricordo Francesco Caneva, Giovanni Limberti e Bruno Gotta) ci appostammo sulla collinetta sopra la statale e la ferrovia. Quando passò l’autoblindo dei bersaglieri della Repubblica di Salò, Mario Arditi ci disse di scendere sulla strada. A quel punto iniziò la sparatoria dei fascisti. Rispondemmo sparando a nostra volta. Ricordo che Silvio aveva un Tapum (quelli della guerra ‘15-‘18), Mario aveva il mitra, io avevo un moschetto difficile da usare perché con quel tipo di arma si rischiava di ferirsi da soli nel contraccolpo. Ci rendemmo conto che non potevamo sostenere la lotta per la disparità di armi, dal momento che i fascisti avevano armi automatiche e una mitragliatrice pesante Breda sulla cabina dell’autocarro. Decidemmo allora di ripiegare sulla collina, ma ci accorgemmo che Silvio non riusciva ad alzarsi… era cosciente… diceva di non avere niente. Appena abbiamo visto sulla strada un carretto a cavallo condotto da un ragazzo , lo abbiamo fermato per chiedergli di trasportare mio fratello ferito. Siamo andati così a Maranzana e, sulla strada di Mombaruzzo, mio fratello è stato caricato su un’auto di compagni che erano stati avvertiti e lo hanno portato a Nizza. Nel frattempo qualcuno aveva avvertito anche mia madre che si trovava a Cassine dagli zii. Lei è riuscita ad arrivare all’ospedale di Nizza e ad assisterlo fino alla morte. Il 3 dicembre doveva compiere 17 anni e invece… Io vidi mio fratello la sera prima della sua morte, ma dovetti lasciare Nizza, perché il nemico stava per entrare in città. Lo stesso giorno della morte di Silvio le forze nazifasciste infatti entrarono a Nizza. Gli abitanti di Maranzana ci hanno aiutati molto durante la Resistenza; non solo,dopo la guerra il partigiano Tamina e il Consiglio Comunale hanno dedicato una via di Maranzana a mio fratello Silvio. La guerra partigiana per me continuò. Mancini mi nominò comandante di Distaccamento. In un casolare sulle colline tra Maranzana e Cassine due nostri compagni sorvegliavano quattro prigionieri fascisti catturati ad Acqui. Il 21 gennaio 1945 Maranzana venne circondata da reparti della Guardia Nazionale Repubblicana. Il 24 gennaio io e altri compagni fummo colpiti dalle raffiche di mitra di una pattuglia repubblicana, trasportati a Acqui i feriti, mentre io fui portato in carcere; siccome anch’io ero ferito fui operato all’ospedale militare della Chiappella, dove mi estrassero la pallottola che conservo ancora. Setter purtroppo morì. Io fui trasportato nel carcere di Acqui, poi in quello di Alessandria… ma questo sarebbe un altro lungo racconto…le mie prigioni…ricordo Luciano Scassi fucilato… il bombardamento alleato del 5 aprile, proprio quando mia madre e mia zia erano venute a trovarmi. Il 9 aprile fui liberato insieme a altri otto compagni e portato a Maranzana per uno scambio di prigionieri. Nonostante il blocco della Brigata Nera, il giorno seguente arrivammo a destinazione. C’era l’attesa del giorno della Liberazione.

La viganò in acqui.jpeg

Le donne preparavano coccarde tricolori. Il 24 aprile ci ordinarono di avvicinarci sulle colline di Acqui. Seppi che il vescovo aveva riunito i comandi partigiani e quelli della San Marco per trattare la resa ed evitare spargimento di sangue o i bombardamenti alleati. Il 26 aprile sarebbero entrati in Acqui sessanta partigiani delle tre brigate. Il mio comandante, Aldo Zoccola della Candida, mi scelse tra i venti. Non ho mai dimenticato quel giorno, quando passammo tra due ali di folla esultante”.

Il racconto completo di Renato Campagna, “Ricordi di un partigiano della divisione Viganò“, è consultabile all’ISRA di Alessandria
 

.. I fatti…

Il 27/28 Novembre 1944 a Gavonata di Cassine, sulla statale vicina al Rio Cervino, gli uomini della Viganò attaccarono un autocarro proveniente da Acqui terme diretto in Alessandria, con a bordo bersaglieri della Repubblica di Salò. Lo scontro a fuoco fu violentissimo, impari per la superiorità di armi automatiche sull’autocarro, tra cui una mitragliatrice pesante installata sulla cabina. I Repubblichini, avendo a bordo alcuni feriti, proseguirono per Alessandria; Silvio Campagna “Ettore” rimase gravemente ferito, venne trasportato all’ospedale di Nizza dove morì il 3 dicembre, giorno del suo 17° compleanno. Nel 1953 a Ettore fu conferita la medaglia di bronzo al valore con la seguente motivazione:

Volontario diciassettenne partecipava con generosa dedizione alla lotta di liberazione. Nel corso di un conflitto si attardava animosamente per coprire, combattendo, la ritirata dei suoi. Gravemente ferito continuava a far fuoco. Tratto in salvo e ricoverato in ospedale, si spegneva dopo alcuni giorni di sofferenza affrontati con fermezza d’animo e serenità esemplari. Cassine (Al)  28 novembre 1944.
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