A tavola con i Del Carretto

Un banchetto di nozze nella cronaca di Galeotto Del Carretto

Banchetto leonello.jpgNon è facile in generale trovare documenti che riportino annotazioni o liste di spese alimentari anche presso le famiglie nobili; sono perciò da considerare vere e proprie eccezioni i rari menù di pranzi famosi che ci sono fortunosamente giunti. Uno di questi è un pranzo nuziale che si svolge nel 1368 e che per noi è tanto più eccezionale in quanto l’illustre cronista è addirittura Galeotto Del Carretto che lo descrive nelle sue “Cronache del Monferrato”, una delle quali, in ottava rima, verrà qui presa in considerazione.

Galeotto Del Carretto fu Signore di Millesimo ma visse stabilmente a Casale presso i Marchesi Paleologi, mecenati di questo poeta che verrà ad occupare un piccolo, ma non insignificante posto nella letteratura italiana. È su incarico del marchese Bonifacio che Galeotto scrive le due Cronache in cui descrive il festoso convivio nuziale di Leonello, erede di Edoardo III d’Inghilterra, e Violante, figlia di Galeazzo Visconti, che, presto vedova, andrà poi in sposa a Secondo Otto Paleologo. Galeotto, che vive tra la seconda metà del XV secolo e il 1530, non è dunque testimone oculare della vicenda, ha però accesso a testimonianze di prima mano per quello che fu certamente un avvenimento mondano di prima grandezza tanto da annoverare tra gli invitati anche il sommo poeta Francesco Petrarca.

Immaginiamo dunque di entrare nella sala arredata sfarzosamente per questo pranzo. La cosa che colpisce per prima lo sguardo sono le grandi tavole rettangolari disposte nella sala a forma di elle e coperte da una doppia tovaglia bianca. La tovaglia più pesante ricade quasi fino a terra, mentre quella più leggera e più corta servirà ai commensali per asciugarsi la bocca e le mani, non essendo in uso il tovagliolo personale. Lungo le pareti della stanza sono disposte le credenze, i cui ripiani, più o meno numerosi, sono un simbolo del lignaggio e dell’agiatezza del padrone di casa. Lungo le tavole stanno disposte le sedie, riservate ai personaggi più illustri e le panche con schienali e cuscini per i personaggi di minor riguardo. Il vasellame sulle tavole è quello delle grandi occasioni: vasi di metalli preziosi, di onice, di madreperla stanno a testimoniare la potenza dell’ospite e il riguardo in cui tiene gli invitati. Queste stoviglie sono di uso comune, le uniche che normalmente venivano poste sulla tavola. In questa occasione del tutto eccezionale è probabile che gli ospiti siano forniti anche di un piatto singolo, cosa che normalmente è sostituita da fette di pane spesso alcuni centimetri o da focacce non lievitate che poi, condite dall’unto dei cibi, verranno usate nella zuppa della servitù, o distribuite ai poveri.
Data la sontuosità del pranzo, ogni coperto è quasi sicuramente corredato da una coppa, un coltello ed un cucchiaio – cosa che normalmente non avviene – specie per il coltello che è quasi sempre personale dell’invitato. Non compaiono sulla tavola, invece, le forchette che ancora non sono in uso, ad eccezione dei forchettoni a due rebbi che si usano per tagliare gli arrosti.

Prendiamo dunque posto alla mensa secondo l’ordine che il cerimoniere ha assegnato ai convitati in base all’importanza di ciascuno. Essere ammesso alla “stessa tovaglia” del personaggio più importante significa essere tenuti in grande considerazione, come succede in questa occasione a Francesco Petrarca che ha l’onore di essere chiamato alla mensa dei Principi. Ma cediamo la parola al nostro illustre cronista ed entriamo, come si direbbe nel linguaggio televisivo, “in diretta” a seguire le numerose “imbandigioni” o portate, accompagnate ogni volta da preziosi regali che vengono via via offerti agli sposi ed in particolare al Duca Leonello, che è l’ospite più importante:

“Poi el convito che nel dì solenne Fuò fatto nelle nocie a discom ben ti Fuò questo, che gran copia prima venne De eleganti et nobili serventi, La qual in piatti grandi in Sor man tenne Porcelli aerati, ch’ebber lumi ardenti In bocca, et doi levrieri coi collarij Di seta et Bacia di colori varia.”.

Il pranzo inizia dunque alla grande e nella più tipica tradizione medioevale che prevede come prima portata un robusto piatto di carne. In questo caso si tratta di maialetti arrosto “Turati” cioè cosparsi di polvere d’oro e con in bocca “lumi ardenti”, particolari questi sono studiati per stupire i presenti, già colpiti dalla presentazione scenica di questa prima “imbandigione” trasportata in sala da “eleganti serventi” seguiti dal primo dono: i due levrieri riccamente addobbati con collari e lacci di seta variamente colorati.

“Lepre dorate, et lucij a quella mensa Ne l’altra imbadison fuoron portati Con dei levrieri una gran mandra et densa Con collar d’oro et Bacia lavorati, Con gran bottoni d’infinita spessa Carchi di perle, et altri anchor smaltati, Et fatti a la devisa del Signore a cui fatto era questo degno Sonore.

Poi a la tercia i nobili scudieri Un gran vitello aerato alhor portano Con trote, et sei alani et sei striveri, Di quai ciascun havea un bel collaro Di seta et fibie aerate, et Bacia neri; Poi a la quarta questi presentaro Quaglie dorate, tortorelle et starne, con temri aerati inseme a quella carne.

Poi dodeci sparvier perfetti et buoni, con le sue Conghe et con sonagli aerati, Le Conghe eran di seta, et bei bottoni Havevano di perle reclamati: Poi vinti quattro bracchi coi cordoni Di seta et oro lavorati I quali bracchi fuorono veraci, Et nel cerchar ocelli asai sagaci.

Anatre, ayroni, et carpe sperte d’oro Fuoron portate dai scudieri eletti, Et sei falconi peregrin con loro Altani, sagij, et nel valor perfetti, Le Conghe coi botton coperti Foro Di perle, et parimenti i capelletti, l’arme a Por getti fuorono smaltate A l’insegna del Duca lavorate”.

Ogni tipo di selvaggina compare alla mensa dei nobili: siamo arrivati solamente alla quinta imbandigione e già possiamo renderci conto dell’importanza, anche come immagine di forza, che la carne ha nel Medioevo. Interessante l’abbinamento costante che in questo caso abbiamo della carne con il pesce. Ricordiamoci però che qui siamo in Pianura Padana e le trote, i temoli, le carpe e gli storioni sono pesci facili da trovare. Continuano intanto i regali sotto forma soprattutto di cani da caccia: alani, bracchi e levrieri che, somma raffinatezza, portano bottoni smaltati con i colori del Signore a cui verranno donati. Anche gli sparvieri ed i falconi, riccamente adorni di sete e perle, sono apprezzati dai nobili per un tipo di caccia che è di loro esclusivo appannaggio.

“La senta imbandison, che può portata, Far storioni grossi in l’acqua cotti Con la carne del bue, et a l’agliata Caponi in piatti dismembrati et rotti: Dese panciere ogniuna lavorata De fino azale et Tibie con de’ motti Et segni del Signor già nominato, Et ogni mazo tutto era dorato”.

banchetto2.jpgCon questa imbandigione inizia la seconda parte del pranzo, in cui si passa dalla fantasmagorica serie di arrosti a portate più “leggere”. Cambiano i gusti che vengono proposti: finite le pietanze coperte di polvere d’oro, si inizia la serie delle salse. Abbiamo qui storioni cotti in acqua, carne di bue e capponi, anche loro presumibilmente bolliti, accompagnati dall’agliata, una delle salse più tipiche del medioevo. L’agliata è costituita da diversi ingredienti tra cui ovviamente l’aglio, che viene dosato secondo il gusto. Come legante si usa un pesto di mandorle – un altro gusto caratteristico dell’epoca – e un trito di mollica di pane imbevuta di brodo o di aceto.

Con la settima portata si passa ad un piatto di carne, i capponi, probabilmente fritti con lardo e cipolle. Il gusto, nuovamente forte, viene però attenuato ed ingentilito dall’aggiunta di succo di limone od anche delle più esotiche e ricercate arance amare o “cetrangoli” .

“La septima caponi in Simonia Inseme con tenche grosse et belle, Et dodece armature a giostra Pavia Con lancie, scudi, et elmi, et ferree selle; Et Domenini fatti con maestria, Et schibbe relucenti come stelle; Et gli vestiti tutti quanti aerati Con Tibie et spranghe d’oro lavorate.

L’ostava fu di bue con pastelli Inseme con pastei d’anguille grosse, Con dodeci armature inanti a quelli Da guerra d’aspettar grande perchosse: La nona far portati in gran piatelli Di carne et pescie gellatine rosse, Con decie pecie de brochato d’oro, Dece de seta con sottil lavoro.

La decima può carne in gellatina Acerba alquanto per più dar talento, Con gran lamprede in salsa Camerina Avolte ch’in gran piatti erano drento, Doi vasi argenti al par de ziga fina, Et sei bacili et sei bochal d’argento, Et l’uno e l’altro vaso era repieno Di perfetta vernacia et malvaceno”.

Particolarmente raffinata risulta l’ottava portata costituita da pasticci di carne e di anguille elegantemente racchiusi in una crosta di pasta. Questa raffinatezza, così come la carne ed il pesce presentati nella nona e decima imbandigione, continuano nella linea dei gusti più morbidi e stemperati. Per le ultime portate la variante è costituita dall’aggiunta delle gelatine di carne e delle salse colorate che creano un effetto cromatico del tutto insolito per le pietanze medioevali, che sono normalmente piuttosto smorte. Le gelatine rosse sono colorate, come suggeriscono i testi dell’epoca, con i frutti del corniolo, un arbusto abbastanza comune anche in val BormidaLa gelatina bianca veniva invece schiarita con aceto, o con agresto, che forniva anche un gusto d’agro (acerbo) che veniva molto apprezzatoLa salsa camellina, chiamata così per il caratteristico colore giallino, veniva invece eseguita pestando assieme mandorle pelate, uva passa e mollica di pane intrisa di vino rosso, a cui si aggiungevano vari tipi di spezie a seconda del gusto personale.

La cronaca del pranzo non aveva citato sinora nessun tipo di bevanda, Galeotto vi pone rimedio nominando due vini famosi, la vernaccia e la malvasia, che evidentemente erano i vini serviti ai convitati. Continuano intanto ad essere presentati i regali di nozze che sono adesso costituiti da armature, lance e scudi, ed ancora pezze di broccato e di seta insieme a bacili e vasi d’argento. L’offerta dei doni serve evidentemente anche da intermezzo tra una portata e l’altra di questo interminabile pranzo, è probabile inoltre che i presenti siano allietati da musici e da buffoni di corte. E forse lo stesso Petrarca, “ospite d’onore” in questo pranzo spettacolo, avrà declamato qualche suo verso in onore degli sposi. Ma ripassiamo la parola al nostro cronista per assistere alla terza parte del pranzo:

“L’undecima di paperi et capretti Inseme con agoni ben rostiti, Con sei piccol corseri ma perfetti Di selle et finimenti ben guarniti; I quali fra molti altri Foro eletti, A ciò ch’al Sposo fosser più graditi, Sei lancie con sei tarche, et sei capelli, Con Tibie et mazij deaurati et belli.

L’altra vivanda, quale può portata A mensa dagli detti già scuderia Fur capri et lepre, et drieto altra brigata Portava certi pesci alquanto neri: Drieto a costoro fu poi presentata Sei belli, destri, et validi corseri, con selle et fornimenti d’or smaltati, Con lancie, et tarche, et con capelli aerati.

La tredicesima poi imbandisone Fur cervi et boi, et pesci rinversati, Con sei piccol corseri al paragone, Con fiocchi rossi et freni deaurati, Et ciascheduno havea un bel bottone Di seta con sei fiocchi lavorati, Et le capecie de veduto verde, Et nulla cosa de decor si perde.

Polastri rossi et verdi con saponi Et pome arancie la portata Foro, Insaeme con rinversi gran tenchoni, I quai anchor portati fur da loro: Poi sei corser de giostra belli et buoni, Capecie di veduto et freni in oro Ben lavorati tutti quelli haveano, Et fiocchi co bottoni anchor teneano”.

Siamo tornati, in questa fase del banchetto, a portate simili a quelle della prima parte con arrosti di carne e di selvaggina accompagnati ancora da ogni sorta di pesce. Non sono stati citati sinora contorni di verdure, che compaiono invece nella portata successiva dove, assieme a giovani piccioni delicatamente avvolti in foglie di cavolo, vengono serviti anche dei fagioli. Un altro boccone da principi viene servito subito dopo: sono le lingue di vitello in salamoia, un’antica consuetudine riservava ai nobili.

“Fasioli et cauli avolti ad pipioni Con molte lingue salse anchor de boi, Fuoron portati et molti carpioni In altra imbandison da collor poi: Un manto et un capucio et doi zuponi, Ch’havean tutti i guarnimenti soi, El manto d’armelino era suffolto, El bel capucio in grosse perle avolto.

Ne l’altra venne el rosto de conigli Inseme con pavoni et anatrelle; Venevan drieto a questi altri famigli Con anguille rostite in gran scutelle: Un gran bacil poi venne, ch’in l’artigli Havea uno scudiero con due foglie belle De gran gioielli, di smeraldi, et perle, Et altre gemme belle da vederle.

Un bel rubino poi et un diamante Con una grossa perla in aureo anello, Et quatro cinti in tutte quante Le parti, e poi quel giorno un viepiù bello, Et molte gemme preciose tanto In quel convito fur donate a quello: In l’altra caseo con gionchate poi Vennero al fine et dodece gran boi”.

Dopo un’altra serie di arrosti, siamo con questa alla sedicesima imbandigione, il pranzo volge al termine. Vengono serviti cibi piuttosto ricercati ed inconsueti: i conigli non sono, infatti, troppo frequenti negli allevamenti domestici, così come i pavoni, che vengono allevati, oltre che per la bellezza del piumaggio, anche per la carne saporita. La presentazione di questo piatto doveva essere estremamente scenografica se dobbiamo credere ad una ricetta del tempo che prevede di portare il pavone in tavola rivestito dalle sue piume e con il becco che soffia fuoco, ottenuto mediante l’accensione di un batuffolo di bambagia intriso di canfora.

La penultima portata è costituita dai formaggi e dalle giuncate, un formaggio freschissimo e molle che viene ancora prodotto anche in val Bormida. La frutta chiude il convito e, poiché siamo in maggio, possiamo scommettere sulla presenza delle “ciriege”, oltre che delle allora rare “Pome arancie” già citate prima.

” Vennero i frutti a l’ultimo a la mensa, Inseme con doi belli gran corsero Quai far del Conte de Virtù d’immensa Grandezza, ben formati, alti et legeri; Et l’uno et l’altro a Leonel dispensa, il quale li acceptò ben volentieri: L’Abate l’un de doi haveva nome, L’altro Leon con le crinite chiome”.

Tratto da “A tavola con i del Carretto” di Luigi Ferrando, Edizioni della Biblioteca del Centro Culturale Polivalente, Millesimo 1994

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